Valpane,
dal 1898
nel cuore del Monferrato, Piemonte

In poco più di un secolo,
tre persone
hanno fatto la storia di Valpane


Pietro Giuseppe Arditi
detto "Giuspin"

Inizi del '900: a Cellamonte, elegante paese sulle colline del Monferrato, Pietro Giuseppe Arditi (detto Giuspin) viveva  con la sua famiglia, composta da un fratello e ben quattro sorelle, ciascuno dei quali era alla ricerca della propria strada nella vita.

Pietro, per esempio, era molto attratto dal mondo del vino, al punto da iniziare a prendere   in affitto alcune vigne sulle colline dei dintorni: l’uva che produceva era buona, e lui sapeva produrre un vino speciale.

C'era però nei dintorni della sua abitazione una tenuta, chiamata Valpane, che lo affascinava da sempre: ben esposta, dominava la valle con la mole della grande villa e una snella torretta con l'orologio, i rintocchi del quale segnavano il tempo per tutti coloro (e all'epoca erano molti) che non possedevano un orologio personale.  I pendii ben esposti al sole e il terreno calcareo argilloso erano l’ideale per produrre ottime uve; infatti i vini di Valpane venivano esportati in Belgio e Svizzera e nel 1898 avevano vinto la medaglia d’oro all’esposizione internazionale di Digione e di Bordeaux e quella d’argento ad Amburgo e Roma.

Purtroppo, negli ultimi tempi la tenuta Valpane appariva trascurata, perchè i suoi proprietari, i Fojadelli, per raggiunti limiti di età non se ne occupavano più come una volta. Fu allora che Pietro Giuspin Arditi decise di chiedere in affitto alcuni di quei terreni.

Partì dalla sua casa di Cellamonte vestito con il suo abito migliore, e possiamo immaginarlo mentre attraversa a piedi la valle, ripetendosi le parole con cui avrebbe presentato la sua richiesta.

L’anziano proprietario lo ricevette, ascoltò per un po’ la sua proposta e i suoi piani, ma alla fine respinse bruscamente: i Fojadelli non erano interessati ad affittare i loro terreni, né a lui né a nessuno.

Un contratto redatto a Valpane nel 1900

Pietro vide crollare in un attimo tutti i suoi progetti e i suoi sogni: si congedò dal Fojadelli e appena uscì nel cortile della villa scoppiò in lacrime. Credeva di essere solo, ma una vecchia domestica di casa Fojadelli lo vide piangere da una finestra del primo piano. Immaginando che qualcosa fosse andato storto,  corse dal suo padrone,  con il quale aveva una certa confidenza, e gli domandò cosa fosse successo: perché aveva mandato via in malo modo quel giovane, conosciuto da tutti come un ottimo ragazzo, un grande lavoratore e una brava persona? Sapeva che tutti in paese lo stimavano per come gestiva le vigne che aveva in affitto e per i vini che riusciva a produrre?

Il  vecchio Fojadelli fu impressionato da quanto gli stava dicendo la donna, e alla fine chiese alla domestica di rincorrere Pietro per invitarlo a tornare: avrebbe avuto in affitto le vigne che chiedeva.

Fu l'inizio di un nuovo capitolo della storia della tenuta Valpane.

”Pillole della mia cucina e vino della mia cantina”

Pietro e Teresa Arditi

Pietro e Teresa Arditi

Lavorando duramente, nel 1902 Pietro riuscì a comprare  la tenuta; piantò nuovi vigneti e rinnovò quelli più vecchi, continuando nel frattempo a produrre ottimo vino. Davanti alla fatica non si tirava mai indietro, ma sapeva anche godersi la vita; si sposò infatti con Teresa, una bella ragazza alta e sottile, più giovane di lui di 15 anni, e  quasi ogni sera si recava a Cellamonte,  a piedi o in calesse, per giocare a carte con gli amici. Era famoso perfino per la sua bravura nel ballare il valzer. Era severo con chi lavorava per lui, ma anche molto generoso. Durante la terribile crisi del 1929, un gran numero di persone andò a cercare lavoro presso di lui, per non soffrire la fame, e  Pietro non rimandò indietro nessuno; da allora, i suoi compaesani lo apprezzarono ancora di più.  A 88 anni andava ancora a lavorare nelle sue vigne e a chi gli chiedeva quale medicina gli permettesse di essere così in gamba, rispondeva: ”Pillole della mia cucina e vino della mia cantina”.

Morì a 92 anni, in un febbraio molto nevoso; ai suoi funerali assistette tutto il paese. Nonostante il gelo e la neve, infatti, la chiesa e la piazza davanti ad essa erano gremite di gente, perché tutti vollero tributare l'ultimo saluto a chi aveva saputo fare del bene a tante persone.


Lydia Arditi

Lydia era la figlia maggiore di Pietro Giuseppe: come il fratello e la sorella, da bambina venne mandata a studiare in collegio, dove dimostrò di essere una studentessa molto brillante, soprattutto in matematica. Per questo la sua insegnante fu molto contrariata e cercò di opporsi alla decisione dei suoi genitori di farle sospendere gli studi: era un peccato che un talento così andasse sprecato. Ma a casa avevano bisogno di lei, e Lydia fu costretta a lasciare la scuola per tornare a casa ad aiutare la madre ad accudire la famiglia e ad occuparsi della vecchia nonna. 

Lydia obbedì al volere dei suoi,  ma era poco portata per le faccende domestiche, e non le piaceva cucinare. Preferiva seguire il padre, non solo nei vigneti, ma anche in cantina, al mercato di Casale e nelle trattative con i commercianti. 

Crescendo, divenne una bella donna, autonoma e decisa: liquidò (con una lettera!) un fidanzato molto benestante, ma a suo avviso troppo dipendente dai suoi familiari, e fu la prima donna della zona a prendere la patente. La sua auto fu una “Topolino”, la prima macchina della Fiat. 

Col passare degli anni affiancò sempre di più suo padre: alla fine era lei che conduceva le trattative, unica donna in un mondo di uomini, senza lasciarsi intimorire da nessuno, senza perdere tempo in chiacchiere, e dando prova di un grande intuito commerciale. Negli anni   Cinquanta del secolo scorso, Lydia Arditi era quella che oggi definiremmo un'abile manager. 

In cantina, Lydia era  molto legata alla tradizione trasmessale da suo padre. Grazie a lei, il vino di Valpane mantenne sempre le caratteristiche che l'avevano contraddistinto fin dall'inizio e che lo facevano amare: una grande struttura e uno speciale bouquet di profumi. 

Era però anche aperta alle novità: dotò la cantina di torchi e pompe elettrici e alle vecchie botti in legno affiancò anche vasche in cemento. Fece in tempo a vedere perfino l’arrivo del computer in azienda: trovava molto comodo il fatto che mettesse automaticamente i nomi dei fornitori in ordine alfabetico!

Visse fino a 88 anni, citando anche lei la ricetta del padre, ”Pillole della mia cucina e vino della mia cantina” , come elisir di lunga vita. E quando vide che il nipote, di nome Pietro come il nonno, stava prendendo in mano le redini dell’ azienda,  capì che di nuovo la tenuta Valpane stava voltando pagina... e che la storia continuava.


Foto di Stefano Caffarri

Foto di Stefano Caffarri

Pietro Arditi

In effetti con Pietro è cominciata una nuova storia.

Facendo sue la passione e la competenza di chi lo aveva preceduto, proietta Valpane verso il futuro, al tempo stesso radicandola profondamente nel suo territorio.

L’amore e il rispetto per la natura sono sempre stati parte di lui, fin da quando, ragazzino, diceva che da grande avrebbe fatto il guardiaparco. Diventa il guardiano di Valpane e della sua terra, non con una generica sensibilità ambientale, ma col lavoro quotidiano nelle vigne.

E’ la terra che fa il vino buono: compito del vignaiolo è rispettare quello che la terra gli dà”.

Così sceglie il percorso che nel 2017 gli fa ottenere la certificazione biologica, al di fuori di ogni moda, come scelta di autenticità.

Il mio modo di lavorare è rimasto lo stesso, ho solo un pezzo di carta in più”.

Anche per vinificare sceglie un approccio minimalista, con fermentazioni spontanee senza lieviti selezionati, da “vignéron indépendant”. E con lui Valpane entra nella core zone del sito Unesco I paesaggi vitivinicoli del Piemonte, per l’armonia tra natura e luoghi di produzione del vino.

Radica la sua produzione al territorio: le uve che sceglie e reimpianta sono la Barbera del Monferrato Casalese, il Grignolino, la Freisa, vitigni rigorosamente autoctoni, che lui considera la vera voce della sua terra. Ma non si chiude nel Monferrato, anzi con un approccio visionario e con lungimiranza sceglie di aprirlo al mondo.

Continua ad esportare in Europa, in Francia, Germania. Gran Bretagna, Portogallo, Svezia, Finlandia e sorride della sua Barbera del Monferrato Superiore Perlydia servita in un bistrot di Montmartre. Manda i suoi vini come ambasciatori del Monferrato in USA e i clienti gli spediscono foto della Barbera Rosso Pietro nella vetrina di Eataly a New York o del suo grignolino Euli in Montana o ancora del Perlydia in Oregon o alle Hawaii. Ride dicendo ironicamente:

”rispetto alle zone più blasonate del Piemonte, noi siamo gli extracomunitari del vino, ma i vini nostri non hanno nulla da invidiare ai loro, quanto a carattere, struttura e longevità”

e li spedisce in Canada, Giappone, a Shanghai. E accoglie come una conferma i dati recenti della mappatura geologica del Monferrato casalese, che ritrova nei suoi vigneti marne poco sabbiose, ricche di sedimenti fini come limo e argilla, analoghe a quelle della Langa di Barolo e Barbaresco. Con understatement commenta

“terre da vini rossi, da vini da invecchiare”.

E intanto si ritaglia il tempo per la sua seconda grande passione: fare fotografie, che dimostrano la sua capacità di cogliere la grande bellezza del mondo intorno a lui e di esprimere il profondo amore per i suoi cari, in particolare per i nipoti e anche per i suoi amici cani.

Quando improvvisamente muore è inevitabile pensare che sia stato chiamato ad accudire e a fotografare i vigneti del Cielo.

Il Monferrato intorno sembra sollevarsi in un’onda di emozione e affetto per un suo grande rappresentante, ma soprattutto per un uomo gentile, disinteressato, generoso con tutti, buono. Il tributo che gli viene reso ricorda quello riservato al nonno Giuspìn, quasi a chiudere un cerchio.

Restano, a parlare di lui e per lui, i suoi vini, profumati e longevi, vivi, vitali, brillanti, di più annate, perché diceva, sottolineando l’importanza dell’attesa:

Mi piace lasciare tempo al vino, permettergli di maturare grazie a un affinamento che si estende in più anni di bottiglia nella mia cantina".

Rimangono, a raccontare le sue emozioni, le sue fotografie.



Video realizzato da Gianni Messina:


Qui in una breve intervista per Grape Collective: